SEMPRE CARO MI FU QUEST’ABISSO
Trasposizione stilisticamente fedele
dell’“Infinito” di Leopardi —
per un mondo che ha dimenticato di sentire, ma non di
contare.
e questo schermo, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude —
ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quello, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spezza — e come il vento
non c’è, ma c’è il ronzio dei robot che raschiano,
e il click di un token appena emesso,
io quell’infinito silenzio a questa voce
vo comparando — e mi sovvien l’eterno,
e le madri che piangono figli malati,
e i pescatori con reti vuote,
e il respiro di chi non ha voce —
così tra questa immensità di dati e grafici
s’annega il pensier mio —
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
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—
✍️ Questa poesia non è un
esercizio.
È un atto di restituzione — a Leopardi, al mare, a chi non
ha voce.
Perché il vero infinito — oggi — non è nello spazio.
È nella capacità di sentire.
E di dire: “Non così.”
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integrale e con crediti.
(Perché questa poesia non è mia. È di chi ancora sente — e
osa dirlo in versi.)